“L’estetica del Decanter: la bellezza come strumento per superare L’inquietudine esistenziale”

“L’estetica del Decanter: la bellezza come strumento per superare L’inquietudine esistenziale”

L’estetica del Decanter, opera del giovane scrittore salernitano Luca Cantore, è un romanzo capace di raccontare il personale modo di essere di uno scrittore oltre che di districarsi in una società complessa come quella attuale, in un monologo interiore fatto di descrizioni ed aneddoti permeati da ogni sfumatura emozionale e sentimentale dell’essere umano. Un viaggio nell’interiorità e nella soggettivitàdi un uomo che sceglie di dedicarsi alla bellezza per affrontare la vita in un mondo complesso e controverso, per smussarne una sua personale idiosincrasia con una realtà sociale ricca di contraddizioni.

AB.1), Luca, innanzitutto partiamo dal titolo: come mai hai scelto di chiamare il tuo libro con questo nome senza dubbio originale?

LC.1), Il titolo fu un’illuminazione che mi venne, “come tutte le grandi idee – come direbbe con ironia Woody Allen – sotto la doccia”. Guardavo il soffione, la cipolla (come si dice in napoletano), della doccia e ho iniziato ad approfondire la apparente normalità scontata, banale, di quell’oggetto. Mi sono reso conto che, seppur nella sua ovvietà, anche il soffione della doccia era perfettamente tarato su un uso umano, per un approccio degli uomini. E che, ad oggi, difficilmente sarebbe potuto essere diverso. Ho iniziato a spulciare il pensiero per cui tutto, anche gli oggetti più apparentemente irrilevanti, sono frutto del pensiero umano. Al netto dell’utilità. “Dietro ad ogni cosa c’è un’intera vita” si sarebbe detto nel film “American Beauty” e, di conseguenza, un motivo, una logica, un pensiero. E la cosa ha iniziato a turbarmi, per quanto fosse rassicurante. E ha iniziato a farlo perché ho iniziato, a mia volta, a riflettere su quanto sia vano, illusorio, inutile e, talvolta, patetico il tentativo degli uomini di dare ordine, forma, materia, ratio al caos. Alla “seducente banalità della vita” come direbbe Thomas Mann.

AB.2), Come mai hai scelto, nelle righe del tuo romanzo, di paragonare sostanzialmente gli esseri umani a dei decanter? Come mai la scelta di questa metafora?

LC.2), Questa risposta è, ovviamente, strettamente legata alla prima risposta. Ne è quasi la naturale e inevitabile conseguenza. Ho iniziato a riflettere sull’astratto della vita, sull’evanescente, l’onirico, l’inafferabile. Su quella dimensione, categoria, di cose che, semplicemente, non sono cose. Sono pensieri, stati d’animo, emozioni. E uno dei più ricercati e inflazionati, tra questi pensieri, che pure compongono la vita nella sua totalità, è il congetto di eleganza. Ho dedotto che la parola eleganza, deriva dal gesto di “saper scegliere”. Ovvero: da “eleggere”. Dal prelevare dalla massa informe del mondo, qualcosa, e tentare di conferirgli una forma, una ragione, una motivazione d’essere. È chiaramente un’operazione di sottrazione, dunque, quella di “eleggere” qualcosa e non qualcos’altro. Come quando dal grande pagliaio, si preleva un ago. O, meglio: si è in grado di prelevare un ago, si riesce a sceglierlo tra i tanti, per una sua caratteristica che ci colpisce, che abbia un valore, che abbia un significato. Lo sottraiamo, dunque e lo eleggiamo. In questo modus operandi, il decanter, rappresenta il più grande esempio di forma a discapito della sostanza. Un oggetto puro, semplice, lineare, sobrio, appunto elegante: non avendo, esso, che una linea e una soltanto a conferirgli una forma. La quintessenza del “necessario”, insomma. Però, allo stesso tempo, detentore di un enorme ma sopportabile difetto: la sua carenza, quasi assoluta, di utilità. Come noi esseri umani: miscuglio imprevedibile di atomi senza una provenienza e senza una metà. Quasi senza un senso, un’utilità, che pure ci affanniamo a cercare disperatamente.

AB.3), Decanter prima che il topos principale del romanzo è un oggetto che si caratterizza più per una rilevante bellezza estetica che per la sua effettiva utilità nella vita di tutti i giorni: l’opera prova in effetti a riflettere anche su quest’aspetto, con le vicissitudini di un protagonista che sembra quasi essere in un complesso rapporto di contemplazione della società che lo circonda?

LC.3), Sicuramente. È come se, il protagonista, nella sua rassegnata inutilità al mondo, nella sua consapevole lontananza dal possedere un senso all’interno del grande disegno caotico del mondo che in realtà ci esclude, guarda a ciò che lo circonda come farebbe un Flaneur di Baudelaire o un Blasè di Simmel. Un osservatore attento ma flemmatico delle cose del mondo. Rotola, affamato di esperienze da collezionare, nelle cose del mondo complice della casualità di cui è vittima e che, talvolta, pure asseconda nell’illusione, forse vana, forse utile, di accumulare esperienze che lo facciano sentire vivo, che lo facciano entrare sempre di più in contatto con il non senso della vita, al ritmo itinerante di tante piccole ma indispensabili caselle di un grandissimo mosaico, pennellate di un immenso affresco, caselle di un complesso puzzle, che è la vita di ognuno di noi.

AB.4), Quanto hanno inciso le tue variegate esperienze di formazione, di carriera e, se vogliamo, anche di vita,
nella scrittura e nella definizione di quest’opera?

LC.4), Sono state assolutamente fondamentali. La prima volta che presentai il libro, al Salone dei Marmi del Palazzo di Città di Salerno con il Sindaco Vincenzo Napoli, una delle domande che mi fecero dal pubblico fu “è una biografia, il libro?”; e la mia risposta, immediata, fu: “sì, ma non la mia: è la nostra.”. Con ció volevo intendere come, in realtà, le cose goffe che accadono nelle pagine, sdrucciole, sbilenche, imponenti, dolorose, ma anche gioiose, felici, deludenti e imponenti sono cose di normale amministrazione che, in fine, fungono da pretesto per dire altro. Tutto il libro è stato scritto per dire altro. Il sono stato soltanto lo strumento per tentare di guardare, e di far guardare, con ironia e sarcasmo alla disperazione delle nostre esistenze attraverso l’elenco delle nostre esperienze che oscillano, tutte, nello spettro troppo ampio che va dallo squallore all’onore, a tappeto, senza distinzioni o pronostici attendibili. Tutto il libro, in fine, è una
metafora. Per definizione: l’ho usato per “dire altro”.

AB.5), A una prima lettura del libro anche al lettore più distratto non sfugge come un elemento distintivo del romanzo sia dato dalle descrizioni: tutto è accuratamente descritto, segmentato, incasellato: è un po’ una metafora della società odierna?

LC.5), “Possiamo solo descrivere e dire: così è, la vita umana” diceva Wittgenstein commentando quell’ “animale cerimoniale” che è secondo lui l’uomo. Ecco se si associa a questa profondissima riflessione, una frase di Baricco che dice “abbiamo bisogno di dare un nome alle cose, per capire le cose, per dar loro una forma, per affrontarle” si capisce come il cesellare, con cura artigianale, come accadeva nei precisi e articolati cassetti dei tipografi, un’emozione, un concetto, un avvenimento sia non solo utile per immagazzinarlo, per sommarizzarlo, ma, anche, razionalmente, sia il solo atteggiamento razionale da adottare nei confronti della vita. Laddove ogni cosa si può fare, raccontare, descrivere, ma poche cose – quasi nessuna – si possono capire. Il lavoro dell’essere umano che guarda, assorbe e racconta, per quanto non produca un prodotto, un risultato, tangibile, concreto, alla fine della giornata è un lavoro fondamentale per la sopravvivenza degli esseri umani. E questa cosa è spiegata in maniera amabile e potente nel film “Genius”, che ha come tema la letteratura e uno scrittore al suo servizio in cui, un brillante editore (Colin Forth) si apre alla validità delle idee di un eccezionale ma sregolato scrittore (Jude Law) con questa imponente osservazione: “penso agli uomini nelle caverne, quando avevano paura del buio e la notte era molto fredda tra animali selvaggi e oscurità ovunque. Era a quel punto che, il più saggio, attorno al fuoco, iniziava a raccontare. E la paura, per un po’ di tempo, all’improvviso, sembrava poter passare per sempre…”

L’intervista di Andrea Bignardi

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